Incontra l'autore

Intervista

D: Quando e perché iniziò a scrivere?

R: Iniziai a scrivere poesie quando avevo tredici anni. Alcune furono lette durante un evento pubblico l’anno successivo. Allora stavo facendo molte altre cose, come dipingere, per esempio, una materia obbligatoria a scuola che mi piaceva molto. Suppongo che scrivere e dipingere sino forme d’espressione che permettono di sviluppare la creatività, e questo sembra che si addica al mio carattere.

D: Perché scrisse Caile e quale fu il suo approccio?

R: Avevo sempre voluto scrivere i racconti che avevo udito da mia madre sin da bambino, storie affascinanti di persone incredibili che non volevo morissero con loro. Avrei potuto scrivere un saggio, e sarebbe forse stata la cosa più ovvia, trattandosi di eventi realmente accaduti; ma volevo concentrami sull’aspetto umano della storia, vista dagli occhi di persone ‘comuni’. Attraversavo inoltre un periodo difficile e stavo cercando di capire la mia situazione. Risultò perciò naturale collegare in qualche modo i mie tempi con quelli dei protagonisti della contrada Caile, perché erano entrambi simultaneamente nella mia mente. Nacque quindi l’idea di un romanzo che potesse rappresentare i due mondi.

D: Considerava la sua esperienza un episodio isolato e il romanzo una sbocco ai propri problemi?

R: Forse era anche uno sbocco ai miei problemi, o forse era semplicemente il momento giusto per fare quello che mi piace molto: scrivere. Ma penso che la mia situazione non fosse unica, e non fosse nemmeno legata ad un periodo storico particolare; penso che ci fossero altri, e ci siano altri anche oggi, che attraversano crisi simili, e che il romanzo possa in qualche modo rappresentare il loro disagio; la narrazione di eventi passati, quando la vita era molto più dura e la gente era fortemente impegnata in questioni politiche e sociali, e il confronto con i tempi nostri, possano forse aiutare, anche se fosse solamente per creare un punto iniziale per riflessioni personali.

D: Sembra che il protagonista cerchi disperatamente la verità, che la sua vita dipenda totalmente da questa ricerca…

R: Così tanto che forse si dimentica di vivere. Nei romanzi, l’autore ha la possibilità di condurre le cose all’estremo, per enfatizzare meglio ciò che intende dire. La ricerca ossessiva del protagonista della verità non è altro che l’eterno cammino, più o meno cosciente, dell’uomo verso la scoperta delle cose. Vi fu un tempo nella storia dell’umanità quando si riteneva che tutto dipendesse dal volere divino; poi venne l’età della ragione, quando tutto sembrava potesse spiegarsi con l’aiuto della scienza; ora c’è una tendenza all’unità – il divino, l’umano, lo spirituale, la realtà, la percezione, l’energia, la materia, l’universo, gli universi, e così via – tutto sembra appartenere a una singola entità unificante; e di nuovo l’uomo crede d’aver trovato la verità, ma è nuovamente soltanto un atto di fede. Credo (e anche questo è un atto di fede) che si tratti ancora una volta di un irresistibile bisogno di certezze che ha costretto gli esseri umani d’ogni epoca a formulare le loro verità basate sulle conoscenze limitate del tempo. E questo accade anche al protagonista del romanzo Caile. Troverà la sua verità? Per scoprirlo penso che dovrete leggere il libro.

D: Il suo romanzo sembrano quasi due in uno. Non era preoccupato che questo potesse comportare un rischio troppo grande?

R: A tratti Caile potrebbe sembrare un saggio. Vi furono lettori della prima edizione che mi dissero che il libro gli era piaciuto, ma che non erano d’accordo su alcuni punti. È bene che i lettori interpretino il romanzo come desiderano, ma questo libro non ha lo scopo di rivelare alcuna verità assoluta. La risposta è no, non temevo il rischio.

D: Vi sono nel libro alcune affermazioni piuttosto forti su questioni religiose. Non temeva di allontanare i lettori credenti?

R: Credo che quando si scrive un libro, niente di buono può venire dal timore di ciò che gli altri possono pensare. Ma i quesiti religiosi sono legittimi anche tra i credenti. D’altronde, il comportamento del protagonista verso la religione può essere osservato da diverse prospettive. La mancanza di fede può essere vista come la sorgente primaria della sua crisi, se la paragoniamo alla forza che gli abitanti della contrada Caile ricevono dalla loro fede (loro trionfano, lui sembra cadere); gli atei e gli agnostici potrebbero ritenerlo un eroe, impavido nello sfidare le convinzioni prevalenti, in una regione italiana tradizionalmente e profondamente religiosa; altri potrebbero semplicemente vedere in lui una figura patetica, incapace di adattarsi e coesistere; qualcuno potrebbe pensare che il protagonista sta vaneggiando, che sta cercando di occuparsi di questioni più gradi di lui; e ancora altri potrebbero considerarlo un essere umano normale che sta attraversando un momento difficile della vita e che sta cercando una soluzione attraverso l’investigazione; e potremmo continuare. Tutte le interpretazioni, anche quando apparentemente contraddittorie, potrebbero essere corrette: chiamiamo tutto ciò ‘umano’; dubbi e certezze fanno spesso parte della vita, a volte di quella quotidiana. D’altronde, credo che nelle opere letterarie, come in altre circostanze della vita, spesso vediamo le cose da una nostra prospettiva particolare.

D: In quale misura Caile è autobiografico?

R: È totalmente autobiografico e biografico e, allo stesso tempo, soltanto un po’ autobiografico e biografico. Autobiografico perché credo che ogni cosa che facciamo riveli parte di noi stessi; soltanto un po’ perché rivela soltanto una piccolissima parte. Biografico perché Caile riguarda in gran parte altre persone; soltanto un po’ perché quando si scrive di altre persone si rivela (spesso inadeguatamente) soltanto una piccolissima parte di loro.

D: Quali sono le cose più importanti che spera di ottenere con la pubblicazione del romanzo?

R: Mi piacerebbe raggiungere e toccare il cuore dei lettori, ovviamente di molti lettori, e creare il desiderio di riflettere. Mi piacerebbe stimolare il desiderio e l’entusiasmo di partecipare alla creazione di una nuova comunità; vorrei che la gente trovasse in qualche modo ispirazione dai protagonisti del romanzo, i quali, mentre vivevano in condizioni di assoluta povertà, in un contesto determinato da eventi internazionali decisi dai potenti (come oggi, d’altronde), e pienamente consapevoli del pericolo, scelsero di rischiare la vita, e in molti casi la persero per creare un mondo migliore, e non cercarono mai la fama e la gloria. Oggi non è necessario morire. Ma se loro vissero in tempi così drammatici e tuttavia credettero e agirono, perché non dovremmo noi essere in grado di fare qualcosa oggi, con tutte le risorse e le condizioni favorevoli? Mi riferisco, per esempio, alla povertà, all’ambiente, alla libertà, alla democrazia, alla giustizia…

D: Il romanzo sembra un tributo a quelle genti di montagna, ammirazione per loro…

R: Lo è. Le loro storie sono incredibili. Mia madre soleva dirmi: “Se un giorno racconterai queste storie, la gente potrebbe non credere che gli eventi siano veramente accaduti.” Sento che debbo loro così tanto. Mi hanno aiutato con l’esempio delle loro vite e la loro saggezza. Forse la durezza della vita li fece più saggi. Forse ho ricevuto più da loro che in tutti i miei viaggi e gli studi universitari, e alcuni di loro non sapevano nemmeno leggere e scrivere, ma avevano un grande senso della dignità umana. Mi piace pensare a Caile come un atto d’amore per loro e, conseguentemente, per l’umanità, perché ne erano la personificazione; mi piacerebbe che il lettore sentisse tutto ciò e che potesse percepire un elemento poetico.

D: Perché il pubblico dovrebbe essere interessato nella lettura di Caile?

R: Penso che ogni lettore, indipendentemente dalle radici e dai gusti personali, potrebbe trovare un po’ di se stesso in Caile, ed ognuno potrebbe provare emozioni ed essere commosso dagli eventi narrati. Come ho accennato prima, forse il lettore potrebbe trovare ispirazione nelle vite degli abitanti della contrada Caile. Spero che Caile possa essere una lettura piacevole.

D: Un domanda sulla copertina: c’è una ragione particolare per la scelta?

R: I due bambini sono discendenti di Maria Rosa e la sua famiglia. La fotografia di gruppo fu presa nel 1927, quando uno di loro, Enrico, allora diciassettenne, emigrò in America. Ho pensato e realizzato la copertina con l’intenzione di creare una metafora. La nuova generazione volge lo sguardo ai suoi antenati, e questi volgono lo sguardo ai propri discendenti. È un legame tra il passato e il presente, gli eroi della contrada Caile passano il testimone delle loro esperienze e dei loro valori alle generazioni future. La fotografia di gruppo potrebbe inoltre suggerire uno schermo cinematografico sul quale i bambini vedono scorrere le immagini della storia dei loro avi. Anche l’acqua è un elemento simbolico, presente nel romanzo: i bambini odierni guardano ‘il fiume della Solitudine’ e, invece di veder riflessa la solitudine, scorgono i loro progenitori apparire come una visione, per aiutarli a sentire che non sono soli.